La fotografia vive fuori e dentro il frame, seguendo molteplici ritmi: il primo è quello che si instaura con le immagini contenute nel serbatoio della nostra memoria visiva, attraverso referenti culturali che ognuno di noi seleziona e assorbe, creando un costante eco, un rimbalzo fra le immagini. Poi ci sono ritmi interni al processo della visione fotografica, dove l’insieme iconico deve porgersi come in un grande affresco o attraverso partiture articolate,
“prendendo istanti di rischio”, citando Didi-Huberman, fatti di pause, ellissi, enigmi, continui rimandi al fuori campo, tendendo alla sintesi espressiva e non all’accumulo ridondante di sequenze narrative. E c’è ancora un altro ritmo, un ritmo interno alle immagini, una sorta di vibrazione, di oscillazione che le muove da dentro, indipendentemente da tutto.
Un’immagine riuscita impedisce allo sguardo di pacificarsi, sa elaborare l’insieme dei differenti ritmi, per fissarli in un riquadro.